Archivi categoria: Novità dalla scienza e tecnica

La verdura con la luce blu fa di più

E’ blu il raggio magico in grado di potenziare fino a 50 volte le sostanze nutritive negli ortaggi, come lattuga, spinaci e cavoli, coltivati in ambienti protetti rispetto a quelle all’aperto. A scoprirlo è l’Università nella regione del Kansai nel cuore del Giappone, che ha messo a punto una particolare tecnologia basata sulla fotosintesi e sulla capacità di assorbire le sostanze nutritive delle piante. Le verdure coltivate in un ambiente protetto senza l’uso di prodotti chimici, secondo i ricercatori, sarebbero più sicure di quelle coltivate in pieno campo, il problema è renderle appetibili per i consumatori che si dimostrano ancora riluttanti a consumarle preferendo quelle in pieno campo; l’obiettivo potrebbe essere quello di creare una sorta di nuovo mercato.

Da qui lo studio della Kyoto Prefectural University nel campus della Kansai Science City (Keihanna), supportato dal governo della prefettura di Kyoto, che ha messo a punto una combinazione di diodi emettitori di luce blu con fluido di coltura non contenente azoto, in grado di aumentare la quantità di vitamina C e altri antiossidanti, da 10 a 50 volte in più rispetto alle verdure da pieno campo. Il ferro, ad esempio, è aumentato dalle 4 alle 12 volte, mentre il manganese che attiva gli enzimi, da 1,6 a 14 volte. Le piantine ottenute utilizzando questa nuova tecnologia, ribattezzate ‘verdure Keihanna’, secondo i ricercatori del campus, sono migliorate anche nel sapore e nella consistenza. Al progetto stanno già guardando con interesse alcuni produttori attratti dai vantaggi di questa tecnologia. Le coltivazioni così trattate, infatti, oltre a non avere sostanze chimiche, assicurano raccolti stabili non essendo soggetti al rischio dei cambiamenti climatici, visto che la produzione avviene in ambienti protetti.

Salva-cuore, migliora pressione e riduce colesterolo: il pomodoro

Confermati i benefici del pomodoro nella prevenzione delle malattie cardiovascolari: da solo contribuisce a ridurre il colesterolo, mentre il licopene, sostanza antiossidante di cui è ricco, migliora la pressione del sangue. E’ la conclusione della revisione di 21 studi, condotta dai ricercatori della Northumbria University e pubblicata sulla rivista Atherosclerosis.

In particolare lo studio ha verificato i benefici del consumo dei prodotti a base di pomodoro associati agli integratori con licopene (sostanza naturale di origine vegetale) nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Si è così visto che i prodotti a base di pomodoro hanno ridotto i valori del colesterolo e migliorato alcuni valori di rischio cardiovascolare, mentre gli integratori al licopene agiscono sulla pressione. ”E’ interessante osservare – commenta in una nota Andrea Poli, presidente di Nutrition Foundation of Italy – come gli effetti protettivi del licopene e dei derivati del pomodoro siano complementari e non sovrapponibili tra di loro.

Il pomodoro migliorerebbe il profilo lipidico, ed il licopene (di cui il pomodoro è molto ricco) i valori della pressione sanguigna. Gli alimenti come il pomodoro, e i loro principi attivi purificati, come il licopene, sembrano agire in sinergia nella prevenzione cardiovascolare, ciascuno aggiungendo qualcosa agli effetti protettivi dell’altro”.

Fai il pieno di vitamina D

La primavera è ormai alle porte e per fare il pieno di vitamina D in questa stagione, come in estate, bastano dai 10 ai 20 minuti al sole, mentre in inverno ci possono volere fino a due ore, cosa non sempre facile. Emerge da una ricerca dell’Università politecnica di Valencia, pubblicata su Science of the Total Environment.

Per studiare gli effetti dell’esposizione al sole – che soprattutto se non si sta attenti può far invecchiare la pelle e predisporre a eritemi e tumori ma porta anche benefici – i ricercatori hanno stimato il tempo necessario per ottenere 1000 unità internazionali di vitamina D, la dose raccomandata, in una città come Valencia esposta tutto l’anno a una larga dose di raggi ultravioletti (Uv).

Lo studio ha analizzato l’irraggiamento solare da ultravioletti intorno a mezzogiorno (12.30-13.30) per quattro mesi (uno per stagione) dal 2003 al 2010, tenendo conto del tempo necessario per sviluppare eritemi e prendendo come riferimento il tipo di pelle più comune in Spagna. Dai risultati è emerso che intorno a mezzogiorno nel mese di gennaio, con il 10% del corpo esposto al sole, sono necessari circa 130 minuti per ottenere la dose giornaliera raccomandata di vitamina D.

Al contrario, ad aprile e luglio, con il 25% del corpo esposto, circa 10 minuti sono sufficienti, mentre in ottobre ce ne vogliono 30. Gli studiosi invitano alla cautela, spiegando che il tempo necessario può variare in funzione della percentuale di corpo esposta, del vestiario, della forma del corpo e persino dell’età, ma anche dell’orario di riferimento. Lo studio indica secondo i ricercatori che anche in Paesi come la Spagna dove il sole è sufficiente può volerci molto tempo per fare il pieno di vitamina D in inverno, cosa che apre a opzioni come l’assunzione tramite la dieta (non facile)o i supplementi.

Colesterolo che ne sai di me

Colesterolo, un killer sottovalutato: per tenerlo a bada arrivano le istruzioni per l’uso della Siprec (la società’ italiana per la prevenzione cardiovascolare). Un italiano su 3 ha il colesterolo alto, ma anche tra chi è in terapia gli obiettivi terapeutici vengono centrati da un maschio su 4 e da meno di una donna su 5.
Un problema non da poco considerando che il colesterolo ‘cattivo’ (Ldl) è il principale fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.
In un position paper redatto dagli esperti della (Siprec), in collaborazione con il Cnr e la Fondazione Italiana per il Cuore arrivano le istruzioni per l’uso per non cadere vittime di questo ‘grasso’. Ma i medici rivolgono anche un appello al Servizio Sanitario Nazionale perché si faccia carico del costo dell’esame per il colesterolo Ldl, almeno nei soggetti a rischio più elevato Ogni anno in Europa si registrano 4 milioni di decessi per malattie cardiovascolari che riguardano le donne nel 55% dei casi. Considerando la sola Unione Europea, i decessi per queste patologie ammontano a 1,8 milioni l’anno e la spesa relativa alle malattie cardiovascolari si attesta sui 210 miliardi di euro, di cui il 53% generata dalla gestione clinica. Gli studi di intervento hanno dimostrato che se fosse possibile eliminare tutti i fattori di rischio, si riuscirebbe ad abbattere dell’80% gli eventi cardiovascolari. Dalla fine degli anni ’90 ad oggi il valore medio del colesterolo degli italiani è aumentato in maniera significativa sia negli uomini (dal 205 a 211 mg/dl) che nelle donne (da 207 a 217 mg/dl). Gli uomini si curano meglio delle donne: quelli che raggiungono l’obiettivo con il trattamento sono aumentati dal 13,5 al 24 per cento del totale, mentre le donne ‘a target’ sono cresciute dal 9,6 per cento al 17,2 per cento del totale.
1) Quando cominciare a misurare il colesterolo (e quando fermarsi) Non esistono criteri condivisi né su quando iniziare lo screening né su ogni quanto ripetere gli esami, né a quale età smettere: il medico dovrebbe regolarsi sulla base del profilo di rischio individuale del paziente, ma è comunque raccomandabile fare un primo screening negli uomini intorno ai 40 anni e nelle donne intorno ai 50 o in post-menopausa, come suggerito anche dalle linee guida Esc. Questa valutazione andrebbe tuttavia anticipata (intorno ai 35 anni nei maschi e a 45 anni nelle femmine) nei soggetti con familiarità per ipercolesterolemia e/o eventi cardiovascolari in età giovanile e in pazienti diabetici e con arteriopatia periferica, a prescindere dall’età.
Il grande vantaggio e il basso costo del test suggeriscono, sottolinea il professor Massimo Volpe, presidente eletto della Siprec – un controllo esteso ma ”attualmente in Italia non è previsto il dosaggio gratuito dei valori di C-Ldl per diversi gruppi di pazienti affetti da dislipidemia”.
Una riduzione di 40 mg/dl di colesterolo Ldl si associa ad un abbattimento del 20-25 per cento delle morti per cause cardiovascolari e di infarto miocardico non fatale, come dimostrato dai tanti studi di intervento degli ultimi 15-20 anni. “Molti degli eventi ischemici cardiovascolari e cerebrovascolari colpiscono non solo soggetti a rischio elevato, ma anche a rischio medio e talvolta basso – riporta Roberto Volpe ricercatore del Cnr di Roma- Anzi, i dati italiani del ‘Progetto Cuore’ ci dimostrano che oltre l’80 per cento degli eventi si verificano proprio in soggetti con un rischio a 10 anni inferiore al 20 per cento, vale a dire un rischio considerato medio-basso”.
I farmaci per abbassare il colesterolo ‘cattivo’ Statine. Riducono la sintesi epatica di colesterolo; la percentuale di riduzione delle Ldl è dose dipendente e varia a seconda del tipo di statine, ma vi è grande variabilità da un individuo all’altro. Lo studio del Cholesterol Treatment Trialists (Ctt) ha dimostrato che una riduzione di 40 mg/dl di Ldl corrisponde ad una riduzione del 10 per cento di mortalità per tutte le cause, del 20 per cento di mortalità per cause cardiovascolari, del 23 per cento del rischio di eventi coronarici maggiori e del 17 per cento di ictus.
I nuovi farmaci Inibitori di PCSK9 (evolocumab e alirocumab). Sono farmaci, somministrati una o due volte al mese per iniezione sottocutanea, che inibendo la funzione della proteina PCSK9, consentono ai recettori delle Ldl di essere più volte ‘riciclati’ sulla superficie cellulare, dove ‘catturano’ e rimuovono dal sangue le Ldl circolanti. Questi nuovi farmaci producono una riduzione drammatica dei livelli di LDL (fino a -75 per cento) e aumentano le concentrazioni delle Hdl. Sono indicati nei pazienti con ipercolesterolemia primaria (comprese le forme familiari eterozigoti ed omozigoti), in aggiunta al trattamento con statine o altri farmaci ipolipemizzanti o da soli, nei soggetti intolleranti alle statine. Evolocumab è approvato dall’AIFA in regime di rimborsabilità.

Gli uomini con il metabolismo del glucosio alterato dovrebbero evitare cibi ad alto contenuto di carboidrati la sera

Secondo uno studio nutrizionale condotto dall’Istituto tedesco per la Nutrizione Umana (dife), partner del Centro tedesco per la ricerca sul diabete, il cosiddetto orologio interno influenza anche come le persone con metabolismo del glucosio reagiscono agli alimenti ricchi di carboidratii. Ad esempio, negli uomini con prediabete, il consumo abbondante di alimenti contenenti amido e zucchero la sera a cena ha un effetto negativo sulla loro regolazione del glucosio nel sangue. In confronto, all’interno di uno studio  i partecipanti sani sui tempi di assunzione i carboidrati non hanno giocato un ruolo significativo nella regolazione del glucosio nel sangue.

Gli scienziati guidati da Katharina Keßler, Andreas Pfeiffer FH, Olga e Natalia Pivovarova Rudovich di dife ora hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista Scientific Reports.

E’ noto da tempo che l’orologio interno svolge un ruolo nella regolazione dei processi metabolici e il metabolismo del glucosio è quindi soggetto ad un certo ritmo giornaliero. Inoltre, recenti studi sui roditori indicano che l’orologio interno influisce anche sulla risposta del metabolismo alla presa coi carboidrati o grassi, e che certi periodi di tempo sono più adatti di altri per il consumo di una elevata quantità di carboidrati o una dieta ad alta percentuale di grassi, visto da un punto di vista sanitario. Allo stesso modo, gli studi di osservazione umani hanno scoperto come le persone che mangiano un alto contenuto di carboidrati, con una dieta povera di grassi al mattino hanno un ridotto rischio di diabete di tipo 2 o sindrome metabolica. Quest’ultima è caratterizzata da sintomi come ad esempio i depositi di grasso eccessivi nell’addome, l’ipertensione, e un disturbato metabolismo del glucosio e dei lipidi. Tuttavia, l’interazione esatta tra il tipo di dieta e la regolazione circadiana del metabolismo del glucosio non è ancora stata sufficientemente studiata.

Per saperne di più sui meccanismi fisiologici alla base di questa interazione, gli scienziati di dife hanno condotto uno studio nutrizionale su un totale di 29 uomini. In media, avevano circa 46 anni e avuto un indice medio di massa corporea di 27, nel senso che andavano dal normale al molto in sovrappeso. In 11 dei partecipanti, gli scienziati hanno identificato un disturbo del metabolismo del glucosio all’inizio dello studio. Ciò significa che questi partecipanti già avevano un aumento dei livelli di glucosio nel sangue a digiuno o che i loro livelli di glucosio nel sangue diminuivano più lentamente in modo significativo più  del normale dopo un test di carico di glucosio. Al contrario, la regolazione del glucosio nel sangue non è stata compromessa nei restanti 18 partecipanti allo studio; la loro tolleranza al glucosio era normale.

Durante lo studio, i partecipanti hanno seguito due differenti diete A e B * per quattro settimane ciascuno. Entrambe le diete avevano la stessa quantità di calorie, carboidrati, grassi e proteine, ma il tempo del giorno differiva in cui i partecipanti consumavano  principalmente carboidrati o grassi. Così, secondo il piano di dieta A, i partecipanti hanno consumato alimenti ricchi di carboidrati dalla mattina fino a circa 13:30 ed alimenti ad alto contenuto di grassi tra 16:30-22:00. Nella dieta piano B mangiavano cibi ad alto contenuto di grassi negli alimenti al mattino e alto contenuto di carboidrati nel pomeriggio e la sera. Ad accompagnare i rispettivi cambiamenti nella dieta, gli scienziati hanno esaminato i diversi valori metabolici dei partecipanti.

“Il nostro studio dimostra, almeno per gli uomini con un disturbo del metabolismo del glucosio, come l’ora del giorno in cui mangiano un pasto ricco di carboidrati è rilevante. Quando abbiamo confrontato le misurazioni di glucosio nel sangue secondo le due diete, i loro livelli di glucosio nel sangue dopo dieta B in media era del 7,9 per cento superiore rispetto alla dieta A, in cui i partecipanti hanno consumato un pasto ad alto contenuto di grassi, la sera.  È interessante notare che non siamo stati in grado di osservare questo effetto negli uomini sani, anche se in genere si notava un calo della tolleranza al glucosio durante il corso della giornata, sia nel sano, come nelle persone con un disturbo del metabolismo del glucosio. Tuttavia, questo era molto più pronunciato in quest’ultimo, “detto il primo autore Keßler. Inoltre, negli uomini affetti da criticità del metabolismo i ricercatori hanno osservato una secrezione alterata degli ormoni intestinali glucagone-like peptide-1 (GLP-1) ** e peptide YY (PYY) ***, che contribuiscono alla regolazione del metabolismo del glucosio ,del peso, e la cui secrezione è soggetto ad un particolare ritmo circadiano. Pertanto, i livelli ematici dei due ormoni vede una significativa riduzione parallela alla diminuzione pronunciata di tolleranza al glucosio nel pomeriggio nelle persone colpite in contrasto con i partecipanti sani.

“Il ritmo circadiano del rilascio ormonale influenza così il nostro modo di reagire ai carboidrati”, ha detto l’endocrinologo Pfeiffer, che dirige il Dipartimento di Nutrizione Clinica presso dife. Per questo motivo, il diabetologo Rudovich e lo scienziato Pivovarova raccomandano che, soprattutto le persone le quali hanno già un metabolismo del glucosio disturbato, dovrebbero orientarsi sul loro orologio interno ed evitare pasti ad alto contenuto di carboidrati la sera.

Note a margine:

Solo gli uomini hanno partecipato allo studio, perché sono  molto più difficile da studiare ritmi circadiani nelle donne a causa del ciclo mestruale.

* Per entrambi le diete A e B la percentuale totale di carboidrati di apporto energetico era del 50 per cento, 35 per cento di grassi e proteine ​​15 per cento, che corrisponde ad una dieta equilibrata. Nella finestra temporale in cui sono aumentati i carboidrati che dovrebbero essere consumati, cioè nella fase di dieta ricca di carboidrati, l’assunzione di carboidrati è stata del 65 per cento, 20 per cento di grassi e proteine ​​15 per cento. Per contro, nella fase di aumento della dieta grassa, la percentuale di carboidrati di apporto energetico era del 35 per cento, 50 per cento di grassi e proteine ​​15 per cento.

** Il glucagone-like peptide-1 (GLP-1): Nell’intestino, le cosiddette cellule secernono L GLP-1 dopo che sono stati stimolati dai carboidrati (ad esempio zucchero), proteine ​​o grassi. L’ormone peptide ha una emivita di meno di due minuti, stimola il rilascio di insulina, e allo stesso tempo inibisce il rilascio di glucagone che serve come ormone di controbilanciamento all’insulina. Entrambi portano ad una diminuzione del livello di glucosio nel sangue. Inoltre, gli studi indicano che ripristina la sensibilità all’insulina delle cellule beta pancreatiche e allo stesso tempo inibisce la morte cellulare programmata. Inoltre, ritarda l’assorbimento dei carboidrati dall’intestino e ha un effetto saturante (fonte: Wikipedia).

*** Peptide YY (PYY) viene rilasciato dalle cellule postprandiali specifiche della mucosa intestinale nel sangue. PYY inibisce lo svuotamento gastrico, la secrezione esocrina pancreatica e la secrezione gastrica. Questo ritarda lo svuotamento di alimenti contenenti grassi nell’intestino tenue, consentendo una digestione più efficiente. PYY anche influenza fortemente l’appetito e la sazietà e porta a ridurre l’assunzione di cibo (Fonte: Wikipedia).

Solo tu

Ad aggiungere un nuovo tassello alle conoscenze sulla dieta mediterranea arriva una ricerca condotta dall’Istituto di Neuroscienza del CNR insieme all’Università di Padova, apparsa su American Journal of Clinical Nutrition. Dallo studio emerge che l’adeguamento ai dettami dell’alimentazione dei nostri nonni può avere una serie di vantaggi importanti, anche in termini di prevenzione della disabilità di quadri depressivi e del dolore. l’analisi si è concentrata sulla qualità di vita di 4.470 americani. Come spiega Stefania Maggi della Sezione invecchiamento del Cnr, la valutazione è stata condotta in base al tipo di alimenti consumati con maggior regolarità nell’ultimo anno correlati con scale di misurazione della qualità di vita. I risultati sono stati sicuramente interessanti. Si è infatti osservata una prevalenza inferiore di disabilità e depressione (circa il 30 per cento in meno) in chi seguiva una dieta mediterranea, con particolari benefici correlati all’abbondante consumo di frutta, venduta, cereali, noci, olio d’oliva, alla moderata assunzione di vino, in particolare rosso, di pesce e pollo. Il motivo? Questa alimentazione avrebbe un ruolo di prevenzione dell’infiammazione e dei processi ossidativi.

Algoritmo predice decesso e consiglia cure palliative

Vaccini: Lorenzin, fondi anche per formazione operatori

Un algoritmo predice il decesso di pazienti malati e propone cure palliative con l’obiettivo di contenere la spesa sanitaria. L’ha creata una start up che si chiama Aspire Health e ne parla il Wall Street Journal.

“Possiamo capire se i pazienti moriranno tra una settimana, sei settimane o un anno. Siamo in gradi di prenderci cura di loro con un costo inferiore e con una maggiore soddisfazione degli stessi malati”, spiega William Frist, co-fondatore della società ed ex senatore. La società con sede a Nashville – ha vinto 32 milioni di dollari in finanziamenti da Google Venture – ha gestito la cura di più di 20.000 pazienti in 19 stati, con un risparmio sui piani salute di circa 4mila dollari a paziente, usando le cure palliative. Per identificare i pazienti viene usato un algoritmo, incrociato a consultazioni mediche. E viene effettuata una completa valutazione dei loro bisogni fisici, emotivi e spirituali. Molti di coloro che si iscrivono – spiega il Wsj – sono consapevoli della loro prognosi. Aspire “sta riempiendo un enorme divario tra ospedali e strutture specializzate”, dice al Wall Street Journal Diane E. Meier, direttore del Centro di Advance Palliative Care presso la Facoltà di Medicina dell’Ichan Health System Mount Sinai di New York.

Tra esibizionismo e vergogna, paura

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Nonostante in questo periodo si parli molto di fertilità, i disturbi sessuali, che colpiscono 8 milioni di italiani, sono ignorati dal Sistema Sanitario Nazionale, al punto da non essere presenti nei Lea. Chi ha qualche problema, sottolinea la Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità (SIAMS) nel suo Libro Bianco, si deve rivolgere spesso ad altri specialisti, come i chirurghi urologi, e rischia di non trovare nella propria regione un centro di riferimento. Per aiutare le coppie, sottolineano gli esperti a congresso a Roma, arriveranno dei ‘bollini di qualità’ per individuare gli specialisti più idonei.
Secondo il Libro Bianco, il primo mai realizzato sul tema in Italia, l’80% dell’offerta di visite arriva dai chirurghi urologi e il 20% dagli endocrinologi. Per i test diagnostici, i pazienti sono costretti a vagare fra i reparti, e l’85-90% deve rivolgersi a varie specialità per test sul liquido seminale.
Inoltre quasi il 90% delle indagini strumentali non viene offerto da strutture di andrologia medica ma da altri reparti, che non sempre posseggono la necessaria alta specializzazione.
Dal documento emerge anche una assistenza pubblica a ‘macchia di leopardo’, in cui accanto a Regioni come Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Lazio dove esiste almeno un centro di eccellenza andrologica, in Lombardia, Piemonte, Calabria e molte altre il vuoto è colmato solo dalle strutture private. “Il Libro Bianco è una denuncia delle gravi carenze del legislatore, in un settore finora ritenuto accessorio, se non addirittura superfluo, ma che riguarda salute e benessere di milioni di italiani – spiega Emmanuele A. Jannini, Presidente SIAMS -. Sono pochissime in Italia le realtà assistenziali dedicate alla salute delle coppie che, quando decidono di cercare aiuto dopo anni di silenzi e imbarazzi, raramente trovano con facilità una risposta ai loro bisogni, e il più delle volte attraverso nomenclatori fittizi”.
La prima necessità, chiedono gli esperti, è la realizzazione di unità assistenziali dedicate all’andrologia e alla medicina sessuale in ogni Regione. “Per soddisfare le esigenze dei pazienti, SIAMS ha appena istituito un sistema di accreditamento delle eccellenze assistenziali di andrologia e medicina della sessualità, con verifica biennale degli standard – sottolinea Jannini -. In questo modo, i cittadini sapranno di rivolgersi a una struttura di provata qualità. Andrologia e medicina della sessualità sono scienze giovani ma non per questo poco importanti; anzi, per l’ottima capacità predittiva di malattie cardiovascolari, neoplastiche, endocrine (il diabete al primo punto), neurologiche, psichiatriche, i sintomi sessuali e riproduttivi svolgono un ruolo centrale nella salute generale dell’individuo”.
Oltre al libro bianco, al congresso sono stati presentati anche nuovi strumenti per indagare su eventuali problemi nella sfera sessuale che richiedono l’intervento del medico, come quello messo a punto per la prima volta da ricercatori italiani che serve a misurare l’intensità dell’orgasmo femminile che sulla falsariga del test per la valutazione del dolore, consente alla donna di fermarsi a riflettere sul suo orgasmo e di indicarne l’intensità su una scala graduata. L’indicazione, spiegano gli esperti, è naturalmente una valutazione soggettiva da parte della donna, “ma i nostri dati mostrano che c’è un legame evidente con eventuali problemi di natura sessuale”.

Diabete: attenti ai denti. La prevenzione parte anche dalla bocca

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo della Società Italiana di Paradontologia e Implantologia.

Lunedì 14 novembre sarà celebrerà la Giornata Mondiale del Diabete. Malattia parodontale e Diabete sono legate da un filo rosso che rende l’una causa ed effetto dell’altra: i quasi 4 milioni di diabetici italiani, a cui si aggiunge un altro milione di persone che non sanno di avere la glicemia alta, hanno un rischio tre volte più elevato di sviluppare un’infiammazione alle gengive o, se già ne soffrono, di vederla peggiorare; gli 8 milioni di italiani con una parodontite grave, a cui se ne aggiungono altri 12 con segni di infiammazione gengivale, hanno una maggiore probabilità di ammalarsi di diabete o, se sono già malati, di controllare peggio la glicemia, esponendosi al pericolo di complicanze.

SIdP, in occasione della Giornata Mondiale del Diabete, invita tutti gli italiani e soprattutto i pazienti con diabete a controllare la salute delle gengive e consigliando a chi ha una parodontite di controllare più spesso la glicemia e l’emoglobina glicata ( indice del controllo glicemico): sul sito www.gengive.org tutte le informazioni utili per mantenere in salute la bocca e per gestire al meglio le due patologie quando si manifestano assieme, come accade in milioni di italiani.

“I diabetici hanno una probabilità più alta di soffrire anche di parodontite e di rispondere peggio alle cure odontoiatriche, soprattutto se non c’è un buon controllo della glicemia – spiega Claudio Gatti (nella foto), presidente SidP – I diabetici hanno una reazione alterata nei confronti dei batteri, fra cui quelli responsabili di gengiviti e parodontiti presenti nella placca che si deposita attorno ai denti; inoltre vari mediatori aumentati in caso di diabete, come radicali liberi e citochine, possono accrescere l’infiammazione anche a livello dei tessuti parodontali. Inizialmente la gengiva si infiamma e appare più rossa, gonfia e con la tendenza a sanguinare, poi il problema progredisce andando a interessare i tessuti più profondi fino all’osso di supporto, che può pian piano riassorbirsi fino a portare alla perdita di uno o più denti. Se viene diagnosticato il diabete, quindi, è necessario fare subito una visita dal parodontologo e sottoporsi a un regolare monitoraggio, per evitare che si sviluppi la malattia o per intercettarla precocemente e poterla curare con successo”.

Serve attenzione anche nel caso contrario, quando il paziente soffre di parodontite, perché la malattia influenza il controllo e la progressione del diabete favorendo l’innalzamento della glicemia; in casi gravi può anche concorrere al suo sviluppo, perché peggiora il controllo degli zuccheri nel sangue. “In presenza di parodontite i batteri del cavo orale attraverso la circolazione possono raggiungere numerosi organi, innescando pericolose reazioni infiammatorie – osserva Gatti – La parodontite comporta un aumento della produzione di citochine infiammatorie che potrebbero contribuire all’insulino-resistenza, un incremento degli acidi grassi liberi e un calo della produzione di ossido nitrico nei vasi sanguigni. La parodontite inoltre aumenta il rischio di diabete facendo salire l’emoglobina glicata, indice di un peggior controllo glicemico; l’effetto è particolarmente marcato soprattutto nei soggetti con elevati livelli di proteina C-reattiva, un marcatore dell’infiammazione. Infine – prosegue Gatti – in chi ha la parodontite ed è già diabetico si è osservato un peggior controllo della glicemia e un maggior rischio di sviluppare complicanze: in chi ha il diabete di tipo 1 sono più probabili conseguenze gravi renali e cardiovascolari, nei pazienti con diabete di tipo 2 è più frequente l’insufficienza renale terminale e la mortalità cardio-renale è 3,5 volte superiore rispetto ai pazienti senza problemi di parodontite. È perciò molto importante gestire l’infiammazione con un’adeguata terapia parodontale per aiutare il diabetico a mantenere sotto controllo la glicemia: riuscirci significa favorire un miglioramento della salute parodontale, in un circolo virtuoso che migliora il benessere generale”.

Spesso il parodontologo può accorgersi di manifestazioni orali e segni di pre-diabete ancor prima che il paziente ne sia al corrente: regolari e periodiche visite di controllo dal dentista possono perciò aiutare la popolazione generale nella prevenzione e nella diagnosi precoce del diabete e anche per questo SIdP ha intrapreso una campagna di sensibilizzazione degli operatori sanitari e della popolazione, per promuovere una corretta prevenzione e cura della parodontite. Informazioni al riguardo si possono trovare sul portale www.gengive.org ma il consiglio principale resta quello di andare regolarmente dal dentista per i controlli: “Rilevare la parodontite e trattarla per tempo può ridurre significativamente le complicanze del paziente diabetico, viceversa identificare i pazienti a rischio diabete è importante per prevenire e monitorare lo sviluppo della malattia parodontale, impostando un percorso di cura e prevenzione che preveda un’accurata igiene orale domiciliare. L’odontoiatra può richiedere al paziente alcuni esami del sangue se necessario e, in chi ha un parodontite grave e familiarità di primo grado per il diabete di tipo 2, consigliare una visita diabetologica”, conclude Gatti.

Sgasiamoci

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Le bibite gassate, anche quelle ‘dietetiche’, aumentano il rischio di diabete, oltre che di una malattia autoimmune tipica degli adulti. Lo rileva una ricerca pubblicata sull’European Journal of Endocrinology, secondo cui basta una lattina e mezza al giorno per raddoppiare il rischio.

Lo studio del Karolinska Institute ha esaminato i dati di 2800 persone, verificando i loro consumi di bibite gassate e lo stato di salute. Chi beve più di due porzioni da 200 millilitri al giorno, scrivono gli autori, ha un rischio 2,4 volte maggiore di avere il diabete di tipo 2 rispetto a chi non ne beve, e aumenta anche quello di sviluppare una malattia autoimmune chiamata Lada che ha caratteristiche simili al diabete. Per chi consuma un litro di queste bevande al giorno invece il rischio è maggiore di dieci volte. “I dolcificanti artificiali nelle bevande ‘diet’ potrebbero stimolare un appetito ‘distorto’, con un aumento dell’assunzione di cibo.