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Un giorno di te

Pronto dottore?
Pronto dottore?

La vita ci scorre addosso inesorabile: i pranzi in famiglia, le festività natalizie, l’ultimo dell’anno in un locale alla moda o ad una festa dell’ultimo secondo, la pasquetta su un prato, le ferie estive al mare tra bambini urlanti, sudore e cocomeri, le sagre, la festa del vino, il cinema al chiuso d’inverno ed ecco che tutto nuovamente ha inizio. Un altro anno, un nuovo compleanno in cui festeggeremo i dodici mesi della nostra vita appena trascorsi che non faranno mai ritorno ed il tempo, tempo, tempo, l’unico, il solo, il vero parametro per misurare le nostre esistenze. Quanti anni sei stato fidanzato? Quante settimane sei rimasto in quella città? Quanti giorni a settimana lavori? Quante ore dormi per notte? Ed è così che diventiamo numeri anche noi e poco a poco più anonimi ci prepariamo ad unirci all’infinito. Lo so, me ne rendo conto, sembra la premessa del sequel “la solitudine dei numeri primi” ed anche il titolo ti ci ha fatto pensare, ma questo racconto non ha così alte pretese, parla dell’esistenza comune, in un luogo comune, con un ruolo ordinario di una famiglia straordinaria che tutt’oggi non sa trovare un significato alla parola “normalità”: la famiglia è la mia.

E tu ti ritroverai tra numeri sempre da snocciolare, grattare e raccontare a quel camice bianco che ti sta lì ad aspettare?

Gusci di noce

Libro della Vita
Libro della Vita

Tutti cerchiamo, troviamo, e a volte perdiamo qualcosa nel cammino della vita. Aprendo gli occhi la mattina, sappiamo che la vita è fuori dalla porta che ti aspetta, non ti precede, non ti segue, ma cammina silenziosa accanto a noi. Camminando per la strada, un pomeriggio d’autunno, ho incontrato seduto sul marciapiede un bambino che piangeva. Gli ho chiesto: “perché piangi?” “Ho perso il mio gatto e non lo ritrovo più lui” ha risposto. “Non piangere piccolo” gli ho detto, “continua a cercare vedrai che lo ritrovi il tuo gatto.” Proseguendo per la strada ho incontrato un vecchio, seduto su una panchina, con la testa fra le mani, nel silenzio percepivo un timido lamento, gli ho chiesto se era in cerca di qualcuno o che cosa avesse perso. “È l’affetto dei miei cari che ho perduto, sono stato abbandonato da chi forse nella vita ho poco amato.” Poco avanti un uomo tutto solo che girava su se stesso, non sapeva cosa fare o che cosa avesse perso, lui ha risposto, ma con fatica “è il lavoro che ho perduto, era tutta la mia vita.” Un bambino piange per aver perso il gatto. Un vecchio piange per aver perso l’affetto dei suoi cari. Un uomo piange per aver perso il lavoro. Una donna piange per aver perso l’amore. Ma una cosa tutti sanno: è che devono cercare di ritrovare ciò che hanno perso, e cercare di non perdere la cosa più importante, la voglia di vivere.